Category Archives: Dei e Dee

Brevi descrizioni di dee e dèi delle varie mitologie.

“Bisogna svirilizzare la guerra e costruire una pace che la cancelli”

“Bisogna svirilizzare la guerra e costruire una pace che la cancelli”

INTERVISTA a Adriana CAVARERO di Renzo COCCO (da VERONA FEDELE 1° maggio 2022) Noi abbiamo ripreso l’intervista dal sito della RETE DI COOPERAZIONE EDUCATIVA, che ringraziamo!

Adriana CAVARERO nasce a Bra (Cuneo) ne 1947, ma si trasferisce ancora giovane a Verona. Dopo la laurea in Filosofia all’Università di Padova, dove lavora fino al 1984, inizia l’insegnamento all’Università di Verona quale ordinaria di Filosofia politica. Conosciuta per i suoi studi di filosofia antica e di filosofia politica, è stata visiting professor presso importanti Università inglesi e americane quali Warwick, Berkeley, Meg York University e Harvard. Numerose le sue pubblicazioni tradotte in tanti Paesi del mondo. In particolare, ha dato alle stampe studi fondamentali su Platone, Hannah Arendt e sulla questione femminile partendo dai miti e dalla radice greca della violenza occidentale. Il suo ultimo libro, edito da Raffaello Cortina, si intitola “Democrazia sorgiva”. Oggi è professoressa onoraria di Filosofia politica presso l’Università di Verona.

Le immagini che arrivano dall’Ucraina invasa dall’esercito russo di Putin sono terribili e nel contempo tragiche: eccidi di massa di civili innocenti; fosse comuni piene di cadaveri giustiziati con un colpo alla testa; violenze inenarrabili a donne, bambini e anziani; distruzioni di scuole, ospedali, teatri; intere città rase al suolo. Questo intollerabile scempio che suscita orrore pone, anche dal punto di vista etico, una serie di domande che riportano alle radici dell’essere umano: perché la guerra? Quali terribili demoni guidano l’uomo-lupo? Come si può arrivare a tali livelli di mostruosità?

Di questi temi abbiamo parlato con Adriana Cavarero, una delle più note e autorevoli filosofe italiane.

Prof.ssa Cavarero, guardando alle vicende dell’umanità si constata che la guerra, da sempre e fino ai nostri giorni, ha un ruolo decisivo nel segnare le svolte della Storia e i destini dei popoli. Nell’Olimpo c’è persino un dio che la impersona. Perché la civiltà non può fare a meno della guerra?

La guerra fa purtroppo parte della storia umana, anche nel senso che è fatta dagli uomini, è un loro prodotto, un’attività specificamente umana. Gli altri animali non si fanno guerra. Ares, il dio della guerra, è ovviamente un’invenzione degli uomini che proiettano nella dimensione del divino le loro esperienze. Quanto alla sua domanda, non legherei il fatto della guerra al concetto di civiltà. Non è la civiltà, comunque la si intenda, a produrre la guerra. Se mai, è la guerra a interrompere e a contrastare il tempo di pace durante il quale la civiltà, generalmente, fiorisce e progredisce. Quindi della guerra si può fare a meno, ma bisogna seriamente impegnarsi a pensare la pace e a far sì che la guerra diventi un tabù, qualcosa di impensabile.

Veniamo all’uomo che ne è il mefistofelico artefice. Quali sono le pulsioni profonde, i demoni che lo spingono a praticare “l’arte della guerra”, ad usare la forza e la violenza, a scegliere il male anziché il bene?

Non so quali siano le pulsioni profonde che spingono alla guerra e alla violenza, e dubito comunque che siano connaturate, che facciano parte della cosiddetta “natura umana”. Se no, lei capisce, non c’è niente da fare. Constato però che, storicamente, l’esaltazione dell’arte della guerra è collegata al predominio di una cultura e di un immaginario virilista. Se vogliamo che la guerra diventi un tabù, dobbiamo innanzitutto lavorare sullo smantellamento di questa cultura e di questo immaginario, ovvero smantellare l’idea che il vero uomo, inteso come maschio – vir – sia un essere potente, prepotente e perciò, inevitabilmente, distruttore. Io non credo che il male e il bene siano concetti assoluti, per così dire immutabili e originari. E non credo neanche che stia a noi scegliere fra il bene e il male, che questa scelta avvenga nell’assoluta autonomia di uno spirito libero. Credo piuttosto che viviamo in una cultura che ha elaborato da mille ragioni per ritenere la guerra un male giustificabile, se non necessario. Come filosofa, mi occupo di contestare queste ragioni e pensare la pace come fine possibile, ovvero come ciò a cui deve mirare il lavoro culturale di chi educa le nuove generazioni.

La polis, vale a dire la comunità, celebra i generali vittoriosi e considera eroi i combattenti morti in battaglia. Per onorare i caduti a difesa della Patria, l’ateniese Pericle si rivolge 2.500 anni fa ai propri concittadini con queste parole: “Furono uomini capaci di osare, consapevoli dei loro doveri, animati nel loro agire da un vivo senso dell’onore” che meritano “l’elogio che il passare degli anni non intacca”. Dunque, la guerra (indipendentemente dall’essere offensiva o difensiva) è uno stato naturale dell’uomo e lo strumento principale dell’evoluzione della civiltà?

Lei ha fatto un ottimo esempio di quella che ho definito una cultura virilità. Ritenere che la guerra sia uno stato naturale dell’uomo e lo strumento principe dell’evoluzione della civiltà, propaga questa cultura e la rafforza. Quando leggiamo i grandi testi dei Greci, perciò, dobbiamo farlo criticamente, sennò rischiamo di fare propaganda al loro evidente marchio bellicoso e virilista. Io amo Tucidide (lo storico greco che ha riportato il discorso di Pericle agli ateniesi, ndr), la sua grandezza è immensa, ma lo leggo criticamente.

La faccia contrapposta della guerra è la pace. Ma vi sono tante paci: quella resistenza passiva e della nonviolenta; quella dell’equilibrio del terrore; la pax romana che portava a radere al suolo le città e a spargere il sale sulle macerie perché non vi crescesse più neanche un filo d’erba, ben rappresentata dalla celebre affermazione di Tacito (“fecero un deserto e lo chiamarono pace”). E c’è infine quella della ragione, dei cuori, delle menti che si basa sul principio di essere tutti uomini liberi, fratelli che condividono la Terra. Di quale pace dobbiamo dunque parlare?

Di una pace che non è un fatto, un dato, ma un fine. Una mira per un modello nonviolento di convivenza. So che non è facile, e che sembrano solo parole sentimentali e ingenue le mie. Però constato che, perlomeno per gran parte del territorio europeo, la guerra per 70 anni non aveva avuto luogo e, per la mentalità generale, era quasi diventata un tabù. Tanto è vero che, fino alla sera del 23 febbraio, nessuno di noi pensava che Putin avrebbe bombardato l’Ucraina veramente. Pensavamo che le sue fossero minacce, ma che si sarebbe fermato. In altri termini, molti di noi, compresi i cosiddetti esperti di geopolitica, ritenevano la guerra in Europa un evento impossibile. Ora che il tabù è stato violato, dobbiamo ricominciare da capo, perché la pace a cui miriamo si fa più lontana, più difficile. Parlo di Europa non solo perché sono egoisticamente europea e mi importa meno di altre parti del pianeta – me ne importa, eccome! – ma perché l’Europa, in questi settant’anni, ha potuto rappresentarsi come un laboratorio storico nel quale la guerra diventa un tabù. Pensi ad altre atrocità umane come la schiavitù. Praticata e ritenuta normale – inevitabile, utile, necessaria – per millenni, ad un certo punto, attraverso una notevole mutazione culturale, è diventata un tabù. Quindi i mutamenti culturali sono possibili.

La voce più autorevole e coraggiosa che ha condannato le guerre (compresa con forza particolare l’aggressione della Russia all’Ucraina) definendole “crudeli, insensate e sacrileghe” è stata quella di papa Francesco. Un grido, il suo, angosciato e ricorrente che sembra però rimanere inascoltato, una “voce che grida nel deserto”. Quali riflessioni le suggeriscono le parole del Santo Padre?

Il Papa è una voce importantissima per mirare alla pace. Non credo affatto che sia inascoltato; anzi, credo che la sua parola dia una spinta decisiva a coloro, credenti e non credenti, che lavorano per un mutamento culturale che ha come fine la pace. Ci incoraggia a pensare che ciò che pare impossibile sia invece possibile.

Un’altra vittima delle guerre, in particolare di questa ultima che è documentata mediatamente in ogni istante, è la verità. I massacri, le fosse comuni, le devastazioni sono imputate contemporaneamente all’aggressore e all’aggredito. I medesimi fatti, sotto gli occhi di tutti, hanno una narrazione diametralmente opposta. Il risultato è che non esiste una verità, ma tante versioni della verità. Come è possibile, in questa stordente infodemia, ristabilire il principio della “verità vera”, vale a dire dell’oggettività dei fatti e dell’assegnazione delle relative responsabilità?

Il rapporto stretto fra politica e menzogna, già noto a Platone, diventa ancor più stretto quando la politica lascia il posto alla guerra. Su questo Hannah Arendt ha scritto testi importanti: la menzogna e la propaganda sono potentissime armi di guerra e contribuiscono a rinfocolarla. Quello che mi colpisce oggi, però, non è solo l’eccesso di informazioni che impedisce di distinguere le fake news dalle verità fattuali, ma anche e soprattutto la spettacolarizzazione della guerra, trasformata in un teatro violento per il dibattito televisivo e il divertimento degli utenti. Sui social, ovviamente, la situazione è ancora peggiore. Se ne ricava un’impressione di irrealtà e naturalmente una confusione mentale che non distingue i fatti dalle finzioni.

Vorrei concludere questa intervista in una prospettiva di speranza. Le chiedo: che cosa concretamente ognuno di noi può fare per opporsi alla barbarie della guerra e per avere (uso ancora una volta le parole del Papa) “il coraggio di costruire la pace”?

Il coraggio di costruire la pace è già un gesto importante per il mutamento culturale di cui parlavo e in cui mi impegno da decenni. Intendo dire che il contrario di questo coraggio è proprio la convinzione, per così dire realistica, che la guerra appartenga alle pulsioni distruttive dell’uomo e sia perciò inevitabile. C’è sempre stata guerra e sempre ci sarà: questo è il cinismo di chi non può darsi il coraggio di costruire la pace. A rischio di sembrare folli o ingenui dobbiamo invece dire: c’è sempre stata guerra ma, se lavoriamo con coraggio a un mutamento culturale profondo, più non ci sarà. È un lavoro per me e per lei, per chiunque abbia coraggio, ma durerà, temo, il tempo di alcune generazioni.

Vi è piaciuta l’intervista e volete approfondire la conoscenza della Prof. Cavarero? Ecco gli ultimi libri che ha pubblicato.

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La mitologia spiegata ai ragazzi

La mitologia spiegata ai ragazzi

Come raccontare la mitologia ai ragazzi? I miti antichi sono un pozzo ricchissimo di personaggi, di storie affascinanti ed hanno la capacità di raccontarci quello che siamo e da dove veniamo. A questo tema ha dedicato una conferenza la rivista “Il Folletto”: si intitola “La mitologia nella letteratura per ragazzi” e propone un incontro con Barbara Servidori, studiosa di letteratura per ragazzi. Ne parliamo con Letizia Bolzani, responsabile della rivista “Il Folletto” e nostra collega. Naturalmente la conferenza è passata, ma l’intervista merita un ascolto!

La mitologia spiegata ai ragazzi – RSI Radiotelevisione svizzera

Nella breve intervista a Letizia Bolzani si presenta la ricca e interessantissima rivista “Il Folletto”, e si parla poi di come raccontare i miti ai ragazzi. Che, pensa un po’, è esattamente quello che facciamo noi de La Voce delle Muse.

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Un interessante libro che parla di come narrare e utilizzare il potere archetipico della mitologia con i ragazzi. Libro per genitori e insegnanti è il volume di Andreas Barella, Adolescenza il giardino nascosto. Maggiori dettagli.

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Enheduenna e le donne della Mesopotamia

Enheduenna e le donne della Mesopotamia

La maestosa Morgan Library di New York ospita fino al 16 febbraio 2023 una mostra unica, intitolata Colei che scriveva: Enheduenna e le donne della Mesopotamia, dal 3400 al 2000 a.C. circa (al link c’è anche un bel video di presentazione con numerose statuette e sigilli: merita!). Se vi trovate dalle parti di Manhattan, programmate assolutamente di vederla. Quella degli antichi sumeri è la prima letteratura umana che si conosca, la lingua sumera è la più antica lingua scritta ed Enheduenna è la prima scrittrice sumera di cui ci è giunto il nome, quindi la prima scrittrice conosciuta della storia dell’umanità. Leggeva e scriveva anche l’accadico. Definita dagli studiosi successivi “la Shakespeare del suo tempo”, i suoi salmi, le sue preghiere e le sue epopee hanno influenzato i salmi della Bibbia ebraica, il Cantico di Salomone, i poemi di Omero, il Magnificat e gli inni cristiani.

Enheduenna è rimasta sconosciuta all’epoca moderna fino al 1927, quando l’archeologo Leonard Woolley ritrovò oggetti che portano il suo nome e la sua immagine. Oggi sappiamo che il suo nome in sumerico significa “ornamento del cielo” e che era definita l’alta sacerdotessa, anzi (non scriveremo qui il diminutivo “sacerdotessa”) alta sacerdote della divinità lunare Nannasuen. La sua esistenza come personaggio storico è certa; non è una figura mitica, come non lo è suo padre, Sargon il Grande. I documenti storici indicano che sua madre era una sumera della Mesopotamia meridionale e che suo padre era presumibilmente figlio di una sacerdote. Compose 42 Inni del Tempio e tre poemi a sé stanti, paragonabili all’Epopea di Gilgamesh, che non è attribuita a un autore ma che gli studiosi considerano un’altra parte importante dell’eredità letteraria della Mesopotamia. È stata la prima scrittrice a usare la prima persona, un fatto di per sé sorprendente.

Enheduenna esercitò anche un notevole potere politico: come figlia di Sargon, in cui la maggior parte degli storici riconosce il fondatore del primo impero del mondo, svolse un ruolo essenziale nel legare la regione mesopotamica settentrionale di Akkad, dove suo padre salì al potere, e le città-stato sumere del sud che egli conquistò. Lo fece fondendo le credenze e i rituali associati alla dea sumera Inanna con quelli della dea accadica Ishtar, enfatizzando questi legami nei suoi inni e poemi letterari e religiosi e creando così un sistema comune di credenze in tutto l’impero.

Ciascuno degli inni che Enheduenna scrisse per 42 templi nella metà meridionale della Mesopotamia metteva in evidenza il carattere unico della dea patrona per i fedeli di quelle città – in altre parole, rendeva le preghiere rilevanti per i fedeli locali. Gli inni furono poi copiati dagli scribi dei templi per secoli dopo la sua morte. I suoi scritti ci sono giunti su tavolette di argilla incise nella scrittura nota come cuneiforme.

In questo estratto del suo poema L’esaltazione di Inanna, descrive il processo creativo: “Ho dato vita, o esaltata dea, a questo canto per te. Quello che ti ho recitato a mezzanotte, possa il cantore ripeterlo a mezzogiorno”, rendendo omaggio alla magia della scrittura in sé, che rende possibile a un testo di durare nel tempo senza bisogno di essere memorizzato. La scrittrice rivendica inoltre con orgoglio la sua autorialità alla conclusione degli inni del tempio: “La compilatrice della tavoletta è Enheduenna e ciò che è stato creato qui nessuno lo ha mai creato prima!”. Il che è vero.

La sua padronanza della matematica, tra l’altro, è forse meno sorprendente se ricordiamo che gli storici fanno risalire le origini della matematica alla Mesopotamia, in contemporanea allo sviluppo del cuneiforme e di altri sistemi di scrittura; lettere scritte e numeri si sono probabilmente sviluppati per necessità nell’attiva economia agricola e tessile della regione, dove agricoltori e mercanti contavano e registravano ciò che veniva prodotto, venduto e scambiato. Le donne si appropriarono di vari ruoli (o forse li avevano da sempre) in un’ampia varietà di mestieri, tra cui la ceramica, la tessitura, la panificazione, l’allevamento, la produzione di birra e il lavoro artigianale.

Enheduenna visse, compose e insegnò circa 2000 anni prima di Aristotele e 1700 anni prima di Saffo, e racconta la sua storia di esilio e di ritorno al potere per intervento di Inanna in un inno che entrò a far parte dei miti culturali della Sumeria e fu una componente di quella civiltà per migliaia di anni. Il componimento descrive il tentativo di colpo di stato contro la sua autorità da parte di un ribelle di nome Lugal-Ane,  la sua cacciata e la sua preghiera alla dea. Spiega di essere stata bandita dal tempio della città di Oruk e denuncia Lugal-Ane, che ha distrutto il tempio, uno dei più grandi del mondo antico, e non solo: nel primo caso registrato di molestie sessuali, ha fatto avance sessuali alla somma sacerdote, la sua stessa cognata. Questo è il discorso che Enheduenna gli rivolge nel Lamento allo spirito della guerra: “Abbatti tutto ciò che vedi, alzandoti su ali spaventose ti precipiti a distruggere la nostra terra, infuriando come temporali, ululando come uragani, urlando come tempeste, la vegetazione crolla davanti a te! Il sangue sgorga dalle montagne, spirito di odio, avidità e vendetta! Il tuo fuoco feroce consuma la nostra terra!”

Si rivolge anche a Inanna, in modo intimo e personale, erotico e caldo: “Ho disposto le tue margherite, ho acceso i carboni, ho condotto i riti, ho preparato la tua camera nuziale! Ora il tuo cuore mi abbracci! Queste sono le mie creazioni, regina onnipotente, che ho fatto per te, ciò che ho composto per te nel buio della notte il cantore lo canterà di giorno.” Sembra che Inanna l’abbia ascoltata, perché le fu restituita la sua carica e scrisse che “il giorno le fu favorevole, vestita di bellezza, raggiante di gioia, avanzava come l’elegante luce della luna, oh sia lode a Inanna!”.

Enheduenna sembra essere stata la prima donna a ricoprire questa carica a Ur, e il suo comportamento come somma sacerdote sarebbe servito da modello per coloro che l’hanno seguita. La raffinatezza e la bellezza delle sue opere non ebbero un impatto solo sulla teologia mesopotamica ma anche sulla politica, avvicinando gli dèi alla gente del paese, rendendoli personaggi più profondi e simpatici, divinità per tutto il popolo e non solo per i sumeri o gli accadi. In definitiva, il fascino dell’opera di Enheduenna sta nell’aperta sensualità e nell’ardente devozione. In un Magnificat precristiano a Inanna, La Signora dal cuore grande, scrive: “Tu sei magnifica. Il tuo nome è lodato, tu sola sei magnificata! Mia signora, io sono tua. E così sempre sarà, che tu possa ascoltarmi ed essere ben disposta verso di me. La tua divinità risplende nella terra! Il mio corpo ne ha fatto esperienza!”.

L’articolo è apparso in inglese il 19 dicembre 2022 sul blog di Robin Morgan.

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Bibliografia di Joseph Campbell

Bibliografia di Joseph Campbell

Nel 1987, alla sua morte, Joseph Campbell lasciò in eredità a tutti noi un imponente corpus di opere edite che esplorano la sua grande passione per le mitologie di tutto il mondo e per la comparazione di temi e immagini nelle varie mitologie e come queste risuonino nella psiche di tutti gli esseri umani di ogni tempo e luogo di nascita. Lasciò anche un impressionante mole di opere non pubblicate: articoli apparsi in riviste ormai scomparse, appunti, lettere e diari, oltre a una grande quantità di registrazioni audio e video delle sue conferenze e seminari. Molto del materiale audio e video si trova su youtube oppure è reperibile su altri canali, e vi consigliamo caldamente di dare un’occhiata: l’entusiasmo di Campbell mentre presenta le sue teorie e racconta miti e storie è contagioso. Naturalmente… sono in inglese, ma si trovano versioni con i sottotitoli. La serie di sei interviste con Bill Moyers, qua sotto trovate il riassunto-trascrizione pubblicato in formato cartaceo, esiste anche in italiano. Ricordiamo di averla vista anni fa alla RSI (Radiotelevisione Svizzera italiana): abbiamo chiesto alla RSI se fosse possibile acquistarle in dvd ma per questioni di diritti internazionali non sono in vendita. Le trovate invece in inglese in ogni negozio online. Ecco una lista (forse parziale, quelli che abbiamo trovato: se ce n’è sfuggito qualcuno e ve ne accorgete, scriveteci che lo aggiungiamo!) dei titoli in italiano e, più sotto, una lista di titoli in inglese. Dal 1990 la Joseph Campbell Foundation sta sistematicamente pubblicando e ripubblicando tutta l’opera del Maestro, e spesso i volumi inediti vengono tradotti anche in italiano. BUONA LETTURA E BUON INNAMORAMENTO DEL LAVORO DI JOE CAMPBELL, AMICHE E AMICI! Cliccando sui titoli evidenziati potete leggere le nostre recensioni ai singoli volumi (pian pianino ne recensiremo parecchi).

TITOLI IN ITALIANO DI JOSEPH CAMPBELL

  • L’eroe dai mille volti, trad. Franca Piazza, Milano: Feltrinelli, 1958.
  • Le maschere di Dio. Introduzione alle mitologie primitive, trad. Gian Luigi Bravo, Milano: Bompiani, 1962
  • Il potere del mito. Intervista di Bill Moyers, a cura di Betty Sue Flowers, trad. Agnese Grieco e Vittorio Lingiardi, Parma: Guanda, 1988.
  • Miti per vivere. Sulla terra e sulla luna, in guerra, in pace, in amore, trad. Emma Manzoni, Como: Red, 1990.
  • Mitologia primitiva, trad. Claudio Lamparelli, Milano: Mondadori, 1990.
  • Le figure del mito. Un grande itinerario illustrato nelle immagini mitologiche di ogni tempo e paese, Como: Red, 1991.
  • Mitologia orientale, trad. Claudio Lamparelli, Milano: Mondadori, 1991.
  • Mitologia creativa. Le maschere di Dio, 2 voll., trad. Claudio Lamparelli, Milano: Mondadori, 1991.
  • Mitologia occidentale, trad. Claudio Lamparelli, Milano: Mondadori, 1992.
  • Le distese interiori del cosmo. La metafora nel mito e nella religione, trad. Andrea Di Gregorio, Parma: Guanda, 1992.
  • Joseph Campbell, Riane Eisler, Marija Gimbutas, Charles Musès, I nomi della dea, a cura di Joseph Campbell e Charles Musès, trad. Cristiana Maria Carbone, Roma: Astrolabio-Ubaldini, 1992.
  • Tra Oriente e Occidente. Arte, miti e religioni a confronto, trad. Emma Manzoni, Como: Red, 1993.
  • Il volo dell’anitra selvatica. Esplorazioni nella dimensione del mito, trad. Alessandro Ceni Tozzi, Milano: Mondadori, 1994.
  • Joseph Campbell, Mircea Eliade, Gershom Scholem, Iniziazione e rinnovamento. I miti di rigenerazione spirituale nelle grandi tradizioni religiose, trad. Rolando Galluppi e Mariella Citterio, Como: Red, 1996.
  • Riflessione sull’arte di vivere, a cura di Diane K. Osbon, trad. Aldo Magagnino, Parma: Guanda, 1998.
  • Mito e modernità, Milano: Red, 2007.
  • Miti di luce. Metafore dell’eterno in Oriente, Torino: Lindau, 2009.
  • Percorsi di felicità. Mitologia e trasformazione personale, a cura di David Kudler, Milano: Raffaello Cortina, 2012.
  • Il romanticismo del Graal. Magia e mistero del mito arturiano, Venexia, 2019.
  • Dee. I misteri del divino femminile. Tlon edizioni, 2020.

TITOLI IN INGLESE DI JOSEPH CAMPBELL

  • A Skeleton Key to Finnegans Wake, con Henry Morton Robinson, 1944
  • The Hero with a Thousand Faces, 1949
  • The Portable Arabian Nights, a cura di, 1951
  • The Masks of God, 4 voll., 1962-68
  • The Flight of the Wild Gander: Explorations in the Mythological Dimension, 1968
  • The Portable Jung, a cura di, 1971
  • Myths to Live By, 1972
  • The Mythic Image, 1974
  • Historical Atlas of World Mythology, 2 voll., 1983-87
  • The Inner Reaches of Outer Space: Metaphor As Myth and As Religion, 1986; 2002
  • The Power of Myth, a cura di Bill Moyers e Betty Sue Flowers, 1988
  • An Open Life: Joseph Campbell in Conversation with Michael Toms, a cura di John Maher e Dennie Briggs, 1989
  • Transformations of Myth Through Time, 1990
  • The Hero’s Journey: Joseph Campbell on His Life and Work, a cura di Phil Cousineau, 1990
  • Mythic Worlds, Modern Words: On the Art of James Joyce, a cura di Edmund L. Epstein, 1993
  • The Mythic Dimension: Selected Essays (1959–1987), a cura di Anthony Van Couvering, 1993
  • Baksheesh & Brahman: Indian Journals (1954–1955), a cura di Robin e Stephen Larsen e Anthony Van Couvering, 1995
  • Thou Art That: Transforming Religious Metaphor, a cura di Eugene Kennedy, 2001
  • Sake & Satori: Asian Journals – Japan, a cura di David Kudler, 2002
  • Myths of Light: Eastern Metaphors of the Eternal, a cura di David Kudler, 2003
  • Pathways to Bliss: Mythology and Personal Transformation, a cura di David Kudler, 2004
  • Mythic Imagination: Collected Short Fiction of Joseph Campbell, 2012
  • Goddesses: Mysteries of the Feminine Divine, a cura di Safron Rossi, 2013
  • Romance of the Grail: The Magic of Mystery of Arthurian Myth, a cura di Evans Lansing Smith, 2015
  • Baksheesh & Brahman. Asian Journals: India and Japan, a cura di Robin and Stephen Larsen e Anthony van Couvering, 2002
  • The Ecstasy of Being: Mythology and Dance, a cura di Nancy Allison, 2017
  • Correspondence 1927-1987, a cura di Evans Lansing Smith e Dennis Patrick Slattery, 2019
  • ALTRI TITOLI IN ARRIVO, tenete d’occhi il sito della Joseph Campbell Foundation!

Chi è Joseph Cambell

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Chi è Joseph Campbell

Chi è Joseph Campbell

Qua nel MitoBlog abbiamo cominciato a recensire alcuni libri scritti da Joseph Campbell e altri ancora ve li commenteremo nelle settimane-mesi a venire. Ecco qualche notizia bio-bibliografica su questo prolifico mitologo, studioso di mitologia comparata, antropologo, scrittore, ispiratore americano. I suoi libri e le sue idee sono pozzi di ispirazione spirituale e di comprensione di antiche leggende e miti e del loro valore psicologico e spirituale. Potete cliccare sui titoli evidenziati per andare alla nostra recensione.

Più di cento anni fa, il 26 marzo 1904, Joseph John Campbell nacque a White Plains, New York. Joe, come veniva chiamato da tutti, era il primo figlio di una coppia cattolica della classe media, Charles e Josephine Campbell. Quando Joe aveva sette anni, suo padre portò lui e suo fratello minore, Charlie, a vedere lo spettacolo The Wild West Show con Buffalo Bill. La serata, come ricordò Campbell molti anni dopo, segnò un punto cruciale nella sua vita: sebbene i cowboy fossero chiaramente le star dello spettacolo, lui “rimase affascinato, afferrato, ossessionato, dalla figura di un indiano americano nudo con l’orecchio a terra, un arco e una freccia in mano e uno sguardo di conoscenza speciale nei suoi occhi”.

Arthur Schopenhauer, il filosofo i cui scritti avrebbero in seguito influenzato notevolmente Campbell, osservò che: “Le esperienze e le illuminazioni dell’infanzia e della prima giovinezza diventano nella vita successiva i tipi, gli standard e i modelli di tutte le conoscenze ed esperienze successive, o per così dire, le categorie in base alle quali tutte le cose successive sono classificate, non sempre consapevolmente, tuttavia. Ed è così che negli anni della nostra infanzia si pongono le fondamenta della nostra visione successiva del mondo, e questa sia che ne abbiamo fatto esperienza con superficialità o profondità: sarà negli anni successivi dispiegata e realizzata, non essenzialmente cambiata.” E così è stato per il giovane Joseph Campbell. Anche se praticò attivamente (fino a vent’anni) la fede dei suoi antenati, si appassionò alla cultura dei nativi americani, e la sua visione del mondo è stata probabilmente modellata dalla tensione dinamica tra queste due prospettive mitologiche. Da un lato, era immerso nei rituali, nei simboli e nelle ricche tradizioni della sua eredità cattolica irlandese; dall’altro, era ossessionato dall’esperienza diretta delle persone primitive (o, come preferì in seguito definirle, “primordiali”) di ciò che arrivò a descrivere come “l’esibizione dinamica continuamente creata di un mysterium tremendum et fascinans assolutamente trascendente, ma universalmente immanente, che è il terreno allo stesso tempo di tutto lo spettacolo e di se stessi”.

All’età di dieci anni, Joe aveva letto ogni libro sugli indiani d’America nella sezione per bambini della sua biblioteca locale ed era ammesso alla sezione per adulti, dove alla fine lesse l’intero rapporto in più volumi del Bureau of American Ethnology. Lavorò sulle cinture wampum, fondò la sua “tribù” (chiamata “Lenni-Lenape” imitando la tribù del Delaware che aveva originariamente abitato l’area metropolitana di New York) e frequentò l’American Museum of Natural History, dove rimase affascinato dai totem e dalle maschere, iniziando così un’esplorazione permanente della vasta collezione di quel museo. Dopo aver trascorso gran parte del suo tredicesimo anno a riprendersi da una malattia respiratoria, Joe frequentò brevemente Iona, una scuola privata a Westchester, New York, prima che sua madre lo iscrisse a Canterbury, una scuola residenziale cattolica a New Milford, nel Connecticut. Gli anni del liceo furono ricchi e gratificanti, anche se segnati da una grande tragedia: nel 1919, casa Campbell fu consumata da un incendio che uccise sua nonna e distrusse tutti i beni della famiglia. Joe si laureò a Canterbury nel 1921, e nel settembre successivo entrò al Dartmouth College; ma fu presto disilluso dalla scena sociale e deluso dalla mancanza di rigore accademico, così si trasferì alla Columbia University, dove eccelleva: mentre si specializzava in letteratura medievale, suonò in una band jazz e divenne un corridore eccezionale. Nel 1924, durante un viaggio in nave a vapore verso l’Europa con la sua famiglia, Joe incontrò e fece amicizia con Jiddu Krishnamurti, il giovane messia eletto della Società Teosofica, iniziando così un’amicizia che si sarebbe rinnovata a intermittenza nei successivi cinque anni.

Dopo aver conseguito la laurea alla Columbia (1925) e aver ricevuto un dottorato (1927) per il suo lavoro negli studi sul ciclo di Re Artù, Joe ricevette una Proudfit Travelling Fellowship per continuare i suoi studi all’Università di Parigi (1927-28). Poi la sua borsa di studio fu rinnovata e si recò in Germania per riprendere gli studi all’Università di Monaco (1928-29). Fu durante questo periodo in Europa che Joe fu esposto per la prima volta a quei maestri modernisti – in particolare, lo scultore Antoine Bourdelle, Pablo Picasso e Paul Klee, James Joyce e Thomas Mann, Sigmund Freud e Carl Jung – la cui arte e intuizioni avrebbero influenzato notevolmente il suo lavoro. Questi incontri alla fine lo avrebbero portato a teorizzare che tutti i miti sono i prodotti creativi della psiche umana, che gli artisti sono i creatori di miti di una cultura e che le mitologie sono manifestazioni creative del bisogno universale dell’umanità di spiegare le realtà psicologiche, sociali, cosmologiche e spirituali.

Quando Joe tornò dall’Europa alla fine di agosto del 1929, era a un bivio, incapace di decidere cosa fare della sua vita. Con l’inizio della Grande Depressione, si trovò senza alcuna speranza di ottenere un lavoro di insegnante; e così trascorse la maggior parte dei due anni successivi riconnettendosi con la sua famiglia, leggendo, rinnovando vecchie conoscenze e scrivendo copiose voci nel suo diario. Poi, alla fine del 1931, dopo aver esplorato e rifiutato la possibilità di un programma di dottorato o di un lavoro di insegnamento alla Columbia, decise, come innumerevoli giovani prima e dopo, di “mettersi in viaggio”, di intraprendere un viaggio attraverso il paese in cui sperava di sperimentare “l’anima dell’America” e, forse, scoprire lo scopo della sua vita. Nel gennaio del 1932, mentre stava lasciando Los Angeles, dove aveva studiato russo per leggere Guerra e Pace in lingua originale, meditò sul suo futuro. Ecco alcuni estratti dal suo diario: “Comincio a pensare di avere un genio nel lavorare come un matto su argomenti totalmente irrilevanti. . . . Sono pieno di un senso straziante di non essere mai arrivato da nessuna parte, ma quando mi siedo e cerco di scoprire dove voglio arrivare, mi perdo. . . . Il pensiero di diventare un professore mi dà i brividi. Una vita da passare cercando di ingannare me stesso e i miei alunni a credere che la cosa che stiamo cercando è nei libri! Non so dove sia, ma mi sento solo ora abbastanza sicuro che non sia nei libri. — Non è nei viaggi. — Non è in California. — Non è a New York. . . . Dov’è? E che cos’è, dopo tutto?”

I suoi viaggi lo portarono poi a nord a San Francisco, poi a sud a Pacific Grove, dove trascorse un anno in compagnia di Carol e John Steinbeck e del biologo marino Ed Ricketts. Durante questo periodo, lottò con la sua scrittura, scoprì le poesie di Robinson Jeffers, lesse per la prima volta Il declino dell’Occidente di Oswald Spengler e scrisse a una settantina di college e università in un tentativo fallito di assicurarsi un impiego. Infine, gli fu offerto un posto di insegnante presso la Canterbury School. Tornò sulla costa orientale, dove sopportò un anno infelice come docente a Canterbury, l’unico momento luminoso fu quando vendette il suo primo racconto (“Strictly Platonic”) alla rivista Liberty. Poi, nel 1933, si trasferì in un cottage senza acqua corrente in Maverick Road a Woodstock, New York, dove trascorse un anno a leggere e scrivere. Nel 1934, gli fu offerto e accettò una posizione nel dipartimento di letteratura del Sarah Lawrence College, un posto che avrebbe mantenuto per trentotto anni.

Nel 1938 sposò una delle sue ex-studentesse, Jean Erdman, che sarebbe diventata una presenza importante nel campo emergente della danza moderna, prima come ballerina di punta nella neonata troupe di Martha Graham e in seguito, come ballerina e coreografa della sua compagnia.

Anche se continuò la sua carriera di insegnante, la vita di Joe continuò a svolgersi in modo eclettico. Nel 1940, fu presentato a Swami Nikhilananda, che chiese il suo aiuto per pubblicare una nuova traduzione del Vangelo di Sri Ramakrishna (uscito nel 1942). Successivamente, Nikhilananda presentò Joe all’indologo Heinrich Zimmer, che lo presentò a un membro del comitato editoriale della Fondazione Bollingen. Bollingen, che era stata fondata da Paul e Mary Mellon per “sviluppare borse di studio e ricerche nelle arti e nelle scienze liberali e in altri campi dello sforzo culturale in generale”, si stava imbarcando in un ambizioso progetto editoriale, la Bollingen Series. Joe fu invitato a contribuire con una “Introduzione e commento” alla prima pubblicazione di Bollingen, Where the Two Came to Their Father: A Navaho War Ceremonial, testo e dipinti registrati da Maud Oakes, dati da Jeff King (Bollingen Series, I: 1943).

Quando Zimmer morì inaspettatamente nel 1943 all’età di cinquantadue anni, la sua vedova, Christiana, e Mary Mellon chiesero a Joe di supervisionare la pubblicazione delle sue opere incompiute. Joe alla fine avrebbe curato e completato quattro volumi dai documenti postumi di Zimmer. Il suo primo libro, L’eroe dai mille volti (Bollingen Series XVII: 1949), fu pubblicato e divenne subito un grande successo e gli portò il primo di numerosi premi e riconoscimenti: il National Institute of Arts and Letters Award for Contributions to Creative Literature. In questo studio del mito dell’eroe, Campbell postula l’esistenza di un Monomito (una parola che ha preso in prestito da James Joyce), un modello universale che è l’essenza e comune ai racconti eroici in ogni cultura. Mentre delinea le fasi fondamentali di questo ciclo mitico, esplora anche variazioni comuni nel viaggio dell’eroe, che, sostiene, è una metafora operativa, non solo per un individuo, ma anche per un’intera cultura. The Hero avrebbe dimostrato di avere una grande influenza su generazioni di artisti creativi – dagli espressionisti astratti nel 1950 ai registi contemporanei di oggi – e, col tempo, sarebbe stato acclamato come un classico.

Nonostante le sue numerose pubblicazioni, è stato probabilmente come oratore pubblico che Campbell ha avuto il suo più grande impatto sul grande pubblico. Dal momento della sua prima conferenza nel 1940 – un discorso al Ramakrishna-Vivekananda Center intitolato “Il messaggio di Sri Ramakrishna all’Occidente” – è stato evidente che era un docente erudito ma accessibile, un narratore di talento e un affabulatore spiritoso. Negli anni successivi, gli è stato chiesto sempre più spesso di parlare in luoghi diversi su vari argomenti. Nel 1956 fu invitato a parlare al Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato; lavorando senza appunti, ha tenuto due giorni consecutivi di lezioni. I suoi discorsi furono così ben accolti che fu invitato ogni anno per i successivi diciassette anni. A metà degli anni 1950, ha anche intrapreso una serie di conferenze pubbliche presso la Cooper Union di New York City; questi discorsi attirarono un pubblico sempre più vasto e sempre più diversificato, e presto divennero un evento regolare.

Joe ha tenuto conferenze per la prima volta all’Esalen Institute in California nel 1965. Ogni anno, successivamente, è tornato a Big Sur per condividere i suoi ultimi pensieri, intuizioni e storie. E con il passare degli anni, arrivò ad attendere sempre più i suoi soggiorni annuali nel luogo che chiamava “paradiso sulla costa del Pacifico”. Anche se si ritirò dall’insegnamento a Sarah Lawrence nel 1972 per dedicarsi alla sua scrittura, continuò a intraprendere due conferenze di un mese ogni anno.

Nel 1985, Joe è stato insignito della National Arts Club Gold Medal of Honor in Literature. Alla cerimonia di premiazione, James Hillman ha osservato: “Nessuno nel nostro secolo – non Freud, non Thomas Mann, non Lévi-Strauss – ha così riportato il senso mitico del mondo e delle sue figure eterne nella nostra coscienza quotidiana”.

Joseph Campbell morì inaspettatamente nel 1987 dopo una breve lotta contro il cancro. Nel 1988, milioni di persone furono introdotte alle sue idee dalla trasmissione su PBS di Joseph Campbell and the Power of Myth con Bill Moyers, sei ore di una conversazione elettrizzante che i due uomini avevano videoregistrato nel corso di diversi anni. Quando morì, la rivista Newsweek notò che “Campbell è diventato uno dei più rari intellettuali nella vita americana: un pensatore serio che è stato abbracciato dalla cultura popolare”.

Nei suoi ultimi anni, Joe amava ricordare come Schopenhauer, nel suo saggio “Sull’apparente intenzione nel destino dell’individuo”, scrivesse della curiosa sensazione che si può avere, di esserci un autore da qualche parte che scrive il romanzo delle nostre vite, in modo tale che attraverso eventi che ci sembrano eventi casuali c’è in realtà una trama di cui non abbiamo conoscenza. Guardando indietro alla vita di Joe, non si può fare a meno di sentire che dimostra la verità dell’osservazione di Schopenhauer.

Robert Walter, in occasione del Centenario della nascita di Joseph Campbell, 26 marzo 2004.

(Tradotto e adattato dal sito della Joseph Campbell Foundation, l’associazione non a scopo di lucro che si prodiga di preservare e diffondere il pensiero di Campbell. La fondazione sta ripubblicando i suoi volumi (in inglese) e sta dando alle stampe alla montagna di materiale inedito che Campbell ha lasciato: testi di conferenze e seminari, incontri con il pubblico e così via. Una miniera inesauribile di testi magnifici!)

Qui una lista delle maggiori pubblicazioni di Joseph Campbell.

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